Quello dell’immigrazione è un tema quanto mai attuale nella nostra società: da qualunque punto di vista lo si voglia affrontare esso ha implicazioni spesso sottili e di difficile discussione. Proprio per questo la tentazione di chi ne parla, o peggio ancora di chi in politica deve prendere decisioni in merito, è quella di banalizzare il problema generalizzando o ragionando per macro-categorie, allontanandosi necessariamente dalla realtà dei fatti.

Mi è stato chiesto di scrivere dalla commissione regionale della Gi.Fra. per un pubblico principalmente francescano, spero in ogni caso la mia riflessione possa interessare un qualunque lettore lontano dalla chiesa ma sensibile ai temi sociali e incuriosito da quel sentimento di fratellanza che può spingere un uomo fare qualcosa per un altro uomo senza averne indietro ricompense materiali.

Ho deciso pertanto di non soffermarmi sull’atteggiamento della politica italiana di questi ultimi mesi (renderebbe inevitabilmente l’articolo tristissimo) né tantomeno su dati statistici che sarebbero facilmente reperibili ovunque.

Preferisco dunque concentrare la mia riflessione semplicemente su quella che io credo dovrebbe essere la visione del problema di un vero cristiano, riprendendo un paio di concetti fondamentali del pensiero di Gesù. Tralascio anche la pur interessantissima chiave di lettura del Gesù della prima infanzia migrante con i genitori in attesa di tempi migliori in patria, probabilmente già conosciuta o sentita, per soffermarmi solo sul pensiero del Gesù più adulto quando si trattava di porsi nei confronti di un ultimo.

Primo concetto: fin dalle descrizioni dei primi capitoli dei vangeli dell’infanzia si può osservare la prima grande rivoluzione attuata da Gesù, quella di allargare il diritto a sentirsi figli di Dio a tutti i popoli della terra, concetto lontanissimo dalla mentalità degli ebrei dell’epoca che in virtù della loro liberazione dall’Egitto pensavano che Dio fosse esclusivamente loro. La presenza di “maghi” provenienti dall’Oriente, quindi pagani, adoranti il Bambino è un primo segnale fortissimo di ciò: Dio non ha liberato gli ebrei in quanto ebrei, ma in quanto oppressi. La simpatia e l’aiuto di Dio sono sempre per l’oppresso a prescindere dalla sua etnia, razza, sesso e anche religione. Dio ha liberato gli ebrei dall’Egitto ma era pronto a comportarsi con loro come fece con gli egiziani qualora da oppressi fossero diventati oppressori. Ed è pronto allo stesso modo oggi a simpatizzare per gli africani e per i libici proprio come nemmeno cento anni fa ha simpatizzato per noi italiani meridionali che, smemorati, non ricordiamo più l’odore della fame e la paura della morte.

Pertanto, è un dovere imprescindibile di chi si dice seguace di Cristo l’avere il coraggio nelle scelte e nelle discussioni quantomeno di provare a mettersi nei panni sporchi del migrante disperato sul barcone, mettendo al bando ipocrisie, discorsi populisti e trattati improvvisati di scienze politiche o di psicologia.

Secondo concetto: Gesù in vita si è sempre preso la briga di trattare le persone che gli sono capitate davanti in maniera singola, non collettiva. Mi spiego meglio: Gesù non ha mai ragionato per categorie, non ha mai esteso per comodità e brevità il comportamento di uno a tanti o di tanti a uno. Non ha mai parlato “delle prostitute” in generale, ha parlato con Maddalena in particolare, non “dei ladroni” in generale, ma con il ladrone in particolare, e via dicendo. Un cristiano non può nascondersi dietro il meschino meccanismo di chi giudica tutti gli immigrati del mondo per uno solo che violenta una donna. Il cristiano deve prendersi la briga di dare a tutti, in particolare agli ultimi e ai poveri, il diritto sacrosanto di perseguire il fine più alto dell’esistenza umana: dare pieno compimento al proprio volto, alla propria storia, al proprio nome. Anche noi dobbiamo imparare a non parlare “degli immigrati” ma a parlare di Momo, di Abu, di Asad, dei singoli ragazzi che arrivano in Italia. Ancor più potremmo sforzarci di parlare con loro, di condividere momenti di gioco, di aggregazione, attraverso reti di contatti e di solidarietà nel territorio. Proprio per questo voglio lasciare il lettore che avesse deciso di leggere articolo fino a questo punto con una semplice e breve condivisione dei momenti che con la mia fraternità locale abbiamo vissuto con delle comunità di migrati. Siamo riusciti in comunione con l’O.f.s. a organizzare pomeriggi di giochi, dinamiche e conoscenza degli usi e costumi dei diversi paesi, partite di calcetto, o momenti di danza e di canto. Le realtà che accolgono i migranti spesso sono complesse e gestite da persone che ci speculano, i rischi sono tanti e vanno pensati e studiati, ma le ricompense enormi, nello spirito e nella purezza della coscienza. Infine, non è altro che la vita che un cristiano si sceglie: la messe è grande ma la porta è stretta. Speriamo che invece i porti siano più larghi in questo 2019.